Questa mattina, mentre mi recavo al lavoro, ho visto con la coda dell’occhio due bambini rincorrersi agitati nell’intento di catturarsi.

Sorridendo ho subito ripensato alla mia infanzia ed a quando anch’io col cuore in gola scappavo o tendevo agguati ai compagni di gioco.

Dopo un primo momento, ho riflettuto sul tema del gioco considerando che riguarda tutte le creature di questo pianeta, ed al valore che ricopre durante la crescita.

Come per gli esseri umani, ci sarà capitato di veder giocare anche dei cuccioli di qualche specie animale, che tramite il loro gioco imparano a regolare le proprie forze ed iniziano a creare una gerarchia all’interno del loro gruppo, mordendosi, rincorrendosi, graffiandosi, scappando ed attaccando il compagno nel pieno rispetto dell’avversario e della propria natura in previsione di un futuro da cacciatori.

Nei secoli sono giunti a noi moltissimi esempi di giocattoli, testimoni del ceto della famiglia, dell’abilità dell’artigiano, dell’amore del genitore verso il proprio figlio e del tempo che ha speso per costruirglielo, ma anche di vecchi insegnamenti.

Fra tutti i giocattoli che abbiamo in magazzino, uno in particolare ha suscitato la mia attenzione, una vecchia cassapanchina afghana.

Questo oggetto sembra quasi parlare con voce propria, come se semplicemente osservandolo si potessero capire le intenzioni e le motivazioni che lo hanno portato alla sua creazione.

Ogni bambino prende come modello il proprio padre e la propria madre e cerca di assomigliargli più che può e questo particolare oggetto più di altri, dimostra come tramite il gioco un padre abbia insegnato al proprio figlio a crearsi gli oggetti che gli serviranno quando diventerà grande.

Personalmente lo trovo stupendo non tanto per la struttura ballerina ed instabile dell’oggetto in se, ma per la cura dei disegni nel frontale, e per il messaggio che lascia percepire a chi ha un minuto di tempo per ascoltarlo, simbolo del più alto grado di umanità.

“…Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro fatto dall’uomo, che non si prefigge solo un guadagno ma anche un arricchimento; un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto e qualche volta quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che faccio quando ho finito un buon racconto. Allora dico anche questo no? : Una catasta di legna ben fatta, ben allineata, ben in squadra che non cade, è bella. Un lavoro manuale quando non è ripetitivo è sempre un lavoro che va bene perchè è anche creativo”

Mario Rigoni Stern

Categories: Approfondimenti

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