Nemici di Allah, infedeli. Una tra le più piccole e combattive popolazioni della terra è chiamata Kafir. Ma i mille Kafiri che sopravvivono in un eden alpestre tra i labirinti rocciosi dell’Hindu Kush, mai domati e mai islamizzati, si autoproclamano Kalash. Uomini liberi.

Dell’antico e leggendario regno del Cafiristan rimangono tre valli nell’alto Chitral pakistano: Rumbur, Bumburet, Birir. Piene di pini, querce, noci. Gonfie di acque. La loro esistenza è un rebus antropologico, un miracolo di sopravvivenza in un ambiente estremo. I Kafiri Kalash si proclamano anche “ultimi greci dell’India”: sostengono di discendere dagli eroi dell’invincibile armata di Alessandro il Grande che nel 326 a.c. attraversò il Cafiristan per conquistare l’India. Gli antropologi dicono che la loro storia inizia quattromila anni fa con le migrazioni dei popoli indo-iraniani attraverso le valli dell’Oxus (l’Amu-Darja).

Oggi i Kafiri vivono sempre più stretti nei loro nidi d’aquila abbarbicati a mezza montagna, collegati da sentieri che costeggiano acquedotti pensili. Le fate kafire risiedono nelle terre purissime delle vette. Proteggono gli stambecchi, gli sciamani, i re pastori e tutta la natura nuda e selvaggia dell’alta montagna. I Kafiri appartengono a una cultura caprina, che predica il nomadismo, la sacralità della wilderness e del caprone totem. La capra è un tesoro. Il potere di un uomo si misura dal numero delle sue capre. Il simbolismo della capra compare dappertutto: nelle porte dei granai, nelle ciotole di legno d’uso quotidiano, nei ricami delle tuniche delle bellissime donne kafire che ti sorridono senza chador e senza veli.

Italo Bertolasi

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