Difficile al giorno d’oggi sedersi a tavola e pensare al valore del piatto.

Aprendo le nostre credenze con grande probabilità possiamo trovare file di piatti impilati tutti uguali, ne prendiamo uno per noi e per i membri della nostra famiglia e ci versiamo dentro il cibo, dopo di che consumiamo il pasto, lo laviamo e lo riponiamo dove lo avevamo preso.

Oggi in magazzino ho notato un piatto di legno, un piatto povero ma che mi ha sussurrato qualcosa che prima d’ora non avevo mai sentito.

Mi ha parlato dell’uomo che lo ha realizzato con i pochi mezzi che aveva a disposizione e della dura vita che svolgeva per poterci mettere dentro qualcosa.

Per me e per quelli della mia generazione è molto difficile se non impossibile (per fortuna) capire cos’è la fame; ogni mattina faccio colazione, mangio qualcosa a pranzo e quando torno a casa dal lavoro ceno e perchè no, mi mangio anche un dolcetto.

Ma questo piatto parla di tutt’altra storia, di chi per vivere coltivava i campi e di anno in anno sperava e pregava che il tempo fosse favorevole, stava attento a non uccidere più animali di quelli che gli servivano per vivere e conservava il cibo come si conservano le reliquie.

Poteva essercene uno o due per casa, ed il cibo che conteneva veniva spartito con tutta la famiglia.

Sono stato rapito dall’attenzione con cui quell’uomo lo ha scavato da un unico pezzo di legno, cercando di garantirgli lo spessore adeguato per non farlo rompere con un gioco equilibrato fra pieno e vuoto, perchè come diceva Lao Tzu “l’essere costituisce l’oggetto ed il non essere costituisce l’utilità”.

Ecco che quindi questo oggetto di uso comune mi ha svelato il suo aspetto sacro, come sacro diventava inevitabilmente il suo contenuto.

Categories: Approfondimenti

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